Le difficili scelte per sostituire la plastica di origine fossile

images98BDG0WGUn post di Tom Szaky fondatore e  CEO di TerraCycle , azienda leader nel settore del recupero e riciclo, fa il punto con schiettezza delle sfide che dovranno essere affrontate per ridurre in maniera drastica la dipendenza dalle fonti fossili nella produzione della plastica. Sono opportune scelte intelligenti nei materiali ma, a suo parere, non si può prescindere da una riduzione della domanda e dei consumi di plastica

Oggi molto spesso quando si affronta il tema della riduzione della dipendenza dalle fonti di origine fossile per la produzione di oggetti di plastica si fa riferimento alla soluzione offerta dai materiali biodegradabili. In realtà secondo Szaky questa non può essere una scelta affidabile, specie nel lungo periodo.  Infatti a causa del processo di degradamento biologico i polimeri che compongono questo materiale plastico non possono essere recuperati per un riutilizzo, “sprecando” così tutta l’energia ed il materiale che sono stati impiegati per realizzare il prodotto.

Szaky riconosce che alcuni Paesi, come ad esempio l’India, possono imboccare temporaneamente questa strada grazie alla enorme disponibilità della frazione organica dei rifiuti che in India raggiunge infatti il 60% del totale. Ma si tratterebbe di una soluzione circoscritta e non praticabile nel lungo periodo. In realtà, sempre secondo il fondatore di TerraCycle, molto più efficace e promettente sarebbe la strada della plastica di origine biologica ma durevole, che ne permette l’utilizzo prolungato e soprattutto il recupero ed il reimpiego dei polimeri.

Ma anche in questo caso esiste attualmente un problema legato alla capacità di offerta del materiale biologico necessario , proveniente dalle coltivazioni di mais e canna da zucchero prevalentemente, rispetto alla domanda complessiva di materiale plastico. Nel 2015 la domanda globale di plastica sarà infatti pari a 300 milioni di tonnellate , mentre l’ultima capacità di produzione conosciuta di bioplastiche, risalente al 2013,  è di 1,6 milioni di tonnellate che richiedevano l’occupazione di 600 mila ettari di terra.

Questo confronto dimostra chiaramente l’impossibilità di soddisfare una quota significativa della domanda di plastica complessiva con le materie prime di origine biologica, senza “spiazzare” la produzione di materie prime alimentari. Infatti già oggi una quota significativa (il 40% negli Stati Uniti) della coltivazione di mais viene destinata ad utilizzi non alimentari, prevalentemente per il biocarburante, e quindi non è pensabile un ulteriore deciso incremento a favore delle bioplastiche.

Rimane indispensabile allora impostare anche un efficace programma di riduzione della domanda di materie plastiche, agendo, come sempre deve avvenire con gli obbiettivi di questo tipo, sul comportamento di tutti gli attori della partita. I consumatori devono essere maggiormente informati sulle caratteristiche dei prodotti  e resi consapevoli della rilevanza delle loro scelte, i produttori devono intraprendere progetti di eco design per ridurre la quantità di plastica utilizzata, specie negli imballaggi, mentre il Governo deve agire favorendo con le normative, anche di origine fiscale, scelte maggiormente virtuose. Scorciatoie non sembrano esistere.

Vale la pena ricordare che ridurre la dipendenza dalle fonti di origine fossili, anche nel consumo della plastica, non ha solo un valore ambientale ma anche economico e geopolitico che non va trascurato.

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